Per chi ama, invece, i classici allora basta accendere la tv a qualsiasi ora del giorno e della notte per ritrovare film mitici come Una Poltrona per Due, Un Natale Esplosivo, Miracolo sulla 34esima Strada - possibilmente la versione originale - S.O.S. Fantasmi o Il Grinch. Concessa anche la serie Boldi-De Sica, fino a Natale in India incluso, ma senza dirlo a nessuno. Da evitare le solite commediole insipide che fanno venir voglia di cambiare canale o di aumentare la cioccolata fusa sul pandoro.
Questo documentario del 2006 non uscì nei cinema in Italia, per ovvi motivi, ma fu proiettato nell'ottobre di quello stesso anno alla Festa del Cinema di Roma. Fosse stato presentato nelle sale non avrebbe certo fatto il pienone e non avrebbe certo attirato le masse, per cui giustamente è stato ignorato. Ciononostante è uno dei documentari più intensi e difficili degli ultimi tempi. Il regista ha avuto il permesso di rimanere posizionato con una telecamera per alcuni mesi sulla riva sottostante il Golden Gate Bridge di San Francisco, in California, e così facendo ha potuto riprendere ben 23 persone che si sono gettate dal ponte suicidandosi. Dopo i primi 3 minuti già si capisce il tono del documentario: belle e suggestive immagini della baia di San Francisco, con i surfisti, il traffico e il suo normale via vai, intervallate con zoomate sugli ultimi drammatici momenti di qualche suicida e con interviste a parenti, amici o testimoni del fatto. Steel ha costruito un'attenta analisi del suicidio e sulle ragioni per cui decine di persone l'anno, provenienti da ogni parte degli Stati Uniti e del mondo, vengano al Golden Gate con l'unico scopo di gettarsi in un volo interminabile di pochi fatali secondi. Certo non è il film adatto per una serata tra amici o per stare sotto la coperta con i popcorn, ma è un interessante studio psicologico, mentale e giornalistico sui motivi, siano familiari, di lavoro o esistenziali, che hanno portato i vari soggetti a compiere un così drastico passo nel vuoto. Non ci sono giudizi o accuse, né nei confronti di chi ha compiuto questo gesto, né nei confronti delle autorità, che comunque cercano di presidiare l'area del ponte e occasionalmente evitano il peggio. Si cerca solo di far comprendere che pur sembrando semplice scavalcare il parapetto, fare due passi in avanti e lanciarsi - era stata fatta la proposta di alzare le barriere di protezione - in realtà è molto complicato arrivare a tanto - sono strazianti i momenti in cui i soggetti che hanno evidentemente deciso di andare al di là della protezione camminano nervosamente, temporeggiano e ponderano ogni gesto - e le loro non appaiono mai come decisioni avventate o tentativi per attirare l'attenzione e farsi salvare. Non servono giustificazioni, solo comprensione e considerazione.
Ok, prima di entrare in sala sappiate che state andando a vedere un film che si chiama Ninja Assassin e già sulla locandina ci sono schizzi di sangue dappertutto. Dopo cinque minuti avrete visto un paio di decapitazioni, stelle ninja volare come proiettili, alcuni arti tagliati e la scritta del titolo formata da una colata di sangue. Poi inizia il film. Un giovane ninja di nome Raizo ha osato anni prima ribellarsi al clan che l'ha addestrato e cresciuto, e adesso insieme a una poliziotta cercherà di porre fine alla tremenda tradizione di cui gode la scuola. Questa la trama in supersintesi, ma vi assicuro che la storia è molto relativa e, ad eccezione dei flashback in cui vediamo la terribile infanzia di Raizo agli ordini del suo maestro, tutto il film si basa sulle incredibili coreografie dei combattimenti, sulla straordinaria dinamicità visiva e di montaggio dei vari scontri, ma soprattutto sulla iperviolenza di ogni tecnica che il nostro eroe utilizza; dalla miriade di stelle ninja, che vengono lanciate come se piovesse, al pugnale agganciato alla catena - visibile sempre nella locandina - e ovviamente alle spade che tagliano alla Gamon.
Se confrontiamo questo film con le ultime realizzazioni patinate super-fashion stile Twilight Saga, allora Jennifer's Body è molto più incisivo, audace e fuori dalle righe. Purtroppo il target di destinazione è sempre lo stesso: giovani emo finti-ribelli attirati dal sangue facile e da stereotipi classici. Jennifer (Megan Fox) è la classica bella ragazza, popolare e capo cheerleader, mentre Needy (Amanda Seyfried) è la classica (finta) bruttina con il classico fidanzatino tranquillo e impacciato. Sono migliori amiche sin dall'infanzia, ma un giorno Jen rimane vittima di un rito sacrificale da parte di una rockband e da quel momento in poi si trasforma in una sorta di demone-vampiro-zombie in caccia di prede per saziare la sua fame. Solo Needy capisce la situazione e cercherà di fermare l'incredibile spargimento di sangue.
La trama ha un suo appeal, d'altronde l'irriverente (e inflazionata) sceneggiatrice Diablo Cody aveva già dato dimostrazione di saper maneggiare con destrezza storie di improbabili teenager che parlano tra di loro con improbabili dialoghi. Questa volta però le battute e le conversazioni sono più da Hannah Montana, mancano gli adulti, che in Juno facevano da contraltare, e tutta la tensione viene creata grazie ai litri di sangue, agli orrorifici effetti speciali che rendono Megan Fox un mostro mangia-ragazzi e ai plagi registici (vedi l'incipit stile Halloween). Le metafore e le allegorie vengono sbattute in faccia per non far pensare troppo gli spettatori, così l'omosessualità latente delle protagoniste e l'odio verso un inutile genere maschile sono palesi quanto il primo piano del ventre squarciato di una delle vittime. Sono proprio il troppo gore e il troppo splatter che tradiscono la serietà presunta del film, e già dalla prima vomitata di sangue di Jennifer si capisce quale sarà la linea. Quando poi inizia a fluttuare in aria, verso la fine nel momento più carico di pathos, allora scatta la risatina stanca per un'ironia che non c'è. Ed è proprio l'ironia che aveva reso Juno apprezzabile l'elemento mancante. Non basta creare un mostro carnivoro, spargere litri di sangue e accompagnare lo spettatore per mano fino alla fine dei titoli di coda - originale comunque la chiusura del film - per coprire l'uso smodato della banale sensualità della protagonista, i soliti stereotipi e i dialoghi stile 90210. Menzione speciale per Megan Fox che, sempre con la bocca mezza aperta, si conferma l'attrice più inflazionata, sopravvalutata e insopportabile di Hollywood. Altra menzione speciale per Adam Brody che dopo l'ingombrante ruolo in O.C., interpreta degnamente il leader della rockband Low Shoulder, ambiguo, viscido e senza scrupoli. Jason Reitman, regista di Juno, si limita a produrre, ma se vi è piaciuto il film della ragazzina incinta, allora state lontani da questa ammaliante playmate squarciatrice. Meglio Zombie Strippers.
VOTO: 5.5
Come al solito non è facile in Italia realizzare un film su fatti scomodi e su personaggi che hanno scritto alcune delle pagine più brutte e tristi della storia del nostro paese. Non è facile decidere come raccontare, che punto di vista scegliere e che direzione morale dare alla trama. Non è facile trovare le facce giuste e gli interpreti adatti, come non è facile accontentare tutti gli spettatori, a prescindere dall'ideologia politica. La nascita e l'evoluzione del gruppo armato Prima Linea si è dimostrato essere un soggetto fastidioso per quest'Italia dalla facciata pulita, ma purtroppo non basta avere alle spalle produttori affidabili (e coraggiosi), come non basta scegliere due tra gli attori più inflazionati del cinema italiano per ottenere automaticamente un buon film; anzi, proprio la presenza di uno Scamarcio dai perenni occhi lessi e la parlata monotono, e di una Mezzogiorno più spenta rispetto ad altre prestazioni, rendono il film di De Maria eccessivamente noioso rispetto all'argomento trattato; e la regia - lenta, riflessiva e pacata - non aiuta a creare tensione e a dare dinamicità ad eventi sulla carta carichi di ansia, frenesia e terrore. L'unico momento in cui si sente un brivido di impazienza e nervosismo è durante l'attacco alla prigione di Rovigo, ma d'altronde è il climax finale e si aspetta tutto il film per vedere come andrà a finire. Per quanto riguarda i contenuti, la sceneggiatura si ispira al libro Miccia Corta di Sergio Segio, ma tratta con i guanti argomenti e personaggi che invece andrebbero sviscerati con meno peli sullo stomaco. Si sarebbe potuto creare un contesto di sfondo più chiaro e netto, invece di dare per scontato molti aspetti riguardo il '68 e riguardo i terribili eventi che hanno caratterizzato gli anni 70, nonostante vengano mostrati diversi passaggi reali di stragi e omicidi. Dalle parole di Sergio - ormai incarcerato e sulla via di un pentimento catartico - veniamo a sapere della nascita di una battaglia in nome di un'ideologia, racconta le evoluzioni del pensiero e degli obiettivi, fino alle riflessioni sull'esistenza e sulla morte. "E' giusto rinunciare alla propria umanità per inseguire un mondo migliore?" dice il protagonista a Susanna, sua compagna di lotta e nella vita, ma non prima di aver asserito con l'amico Piero, ormai ravvedutosi e fuori dall'incontrollato squilibrio del gruppo, che "quando c'è una guerra ci sono anche i morti". Dove sta la verità quindi? Possiamo credere e giustificare un assassino, un eroe anti-eroe travolto da una forte (e vera) ideologia, a capo di un gruppo che risponde con violenza alla violenza, e che viene assalito dai dubbi e dalle riflessioni una volta resosi conto del declino? Possiamo giustificare la riduzione dell'ergastolo a una condanna di appena 22 anni e ammirare un risvolto umanitario una volta uscito? Possiamo, certo, ma allora dobbiamo credere anche che la giustizia non sia uguale per tutti.
Correte al cinema prima che tolgano 2012 dalla programmazione, e mi raccomando sedetevi non più indietro della quinta fila. Per godere appieno della nuova mastodontica opera di Roland "Independence Day" Emmerich bisogna essere dentro lo schermo, bisogna farsi inghiottire dalle enormi voragini che si aprono su tutta la faccia della terra a causa di uno sconvolgimento geologico del pianeta; bisogna schivare le rocce sparate da sotto la crosta terrestre a mo' di meteoriti e bisogna correre per prendere in tempo l'aereo guidato da un chirurgo plastico; bisogna farsi sopraffare dalle gigantesche onde create dagli spostamenti delle placche sotto gli oceani, e non basta scalare l'Everest perchè l'incontrollabile forza dell'acqua non risparmia neanche l'Himalaya. L'unica cosa che si può tentare di fare è raggiungere una delle arche che un esercito di cinesi sta costruendo in gran segreto per i capi di governo del G8, alcune specie di animali e tutti i privati che hanno potuto permetterselo. Dopo essere riusciti a scampare a grattacieli che collassano, treni che volano, interi stati che scivolano dolcemente in mare, portaerei che cadono su città e precari atterraggi di fortuna, cosa sarà mai cercare di intrufolarsi in una sofisticatissima arca?
Il regista re delle catastrofi - Independence Day, Godzilla, L'Alba del Giorno Dopo - racconta la madre di tutti i cataclismi, e cioè la fine del mondo, o meglio la fine di un'era per iniziarne ciclicamente una nuova - se vogliamo attenerci alla versione dei Maya. Fortunatamente i riferimenti alle previsioni dell'antico popolo americano sono piuttosto brevi e tutta la questione è analizzata più che altro da un punto di vista scientifico e geologico. La storia, comunque, è semplice, come semplici e superficiali sono i profili psicologici dei vari personaggi. Ognuno ha il suo ruolo, i suoi compiti e le sue battute. Non si può perdere troppo tempo a riflettere o a indagare cosa pensa o prova uno o l'altro. Persino il discorso del presidente viene interrotto, come anche la toccante telefonata di un padre a suo figlio. C'è tempo solo per scappare, urlare, volare, guidare, nuotare e stare in apnea. E tutto questo dalla quinta fila. Mi raccomando.
Insieme al fratello Ivan, Sam Raimi rispolvera un progetto di qualche anno fa e, ricordandosi di essere un geniale regista di film horror, dimostra di avere ancora la mano e la creatività per spaventare con i mezzi a lui più congeniali: inquietanti movimenti di macchina, inquadrature da ogni angolazione possibile, una colonna sonora insistente e puntuale, ma soprattutto ironia e sani trucchetti artigianali. A dire la verità in Drag Me To Hell abusa un tantino della computer grafica per realizzare raffinati giochi di movimento di oggetti o effetti visuali tipo braccio in bocca, ma un po' di sangue che schizza dal naso e vermi veri non glieli toglie nessuno.
Christine è una ragazza qualunque che lavora in una banca alla sezione prestiti ed è fidanzata con Clay, un giovane professore di buona famiglia. Quando nega a una vecchia zingara la proroga per il pagamento del mutuo, ecco che le viene scagliata contro una maledizione e nel giro di 3 giorni verrà trascinata all'inferno (da cui il titolo!) da una Lamia, spirito malvagio il cui mito risale all'antica Grecia. Dovrà, quindi, fare di tutto per evitare che succeda il peggio. Sam Raimi sembra divertirsi a creare situazioni e trucchi per far saltare sul divano gli spettatori o inorridirli, ma per chi è un fan della trilogia della Casa - La Casa, La Casa 2 e L'armata delle tenebre - noterà grandi somiglianze stilistiche oltre che la mancanza di un attore protagonista carismatico come il "vecchio" Bruce Campbell. Qui la protagonista è Alison Lohan, un clone di Kirsten Dunst - ma forse un po' più autoironica e meno inflazionata dalla Spiderman mania - che fatica a tenere su tutto il film, anche perchè la sua spalla, Justin Long, non l'aiuta efficacemente nell'impresa. Poco male, questa volta ci pensa la semplice incisività della trama e l'abilità del regista a sopperire alla mancanza di personalità di rilievo. Lei, comunque, si risolleva sensibilmente nell'ultima parte, ma ancora una volta, è grazie alla voglia di cambiare le regole (almeno per una volta) di Raimi che non vedremo il solito prevedibile finale con lui che chiede a lei di sposarlo.500 GIORNI INSIEME (500 DAYS OF SUMMER) – di Marc Webb

Ok, vi ho raccontato il colpo di scena finale, ma non c’è da stupirsi. La nuova commedia amaro-romantica dell’esordiente Marc Webb tratta in maniera realistica un tipo di donna, e di rapporto, tremendamente attuale, e Zooey Deschanel – sulla via per diventare la regina del genere – dà vita a un personaggio insopportabilmente reale: Sole (in originale Summer). Una ragazza contraddittoria, volubile, fredda, sfuggente, ma allo stesso tempo irresistibilmente attraente, con incredibili occhi azzurri tondi e difetti che non fanno altro che renderla ancora più affascinante. Tom – un Joseph Gordon-Levitt sulla via della maturità – d’altro canto è il ragazzo che crede nell’amore, crede nella semplicità dei gesti e nella fiducia reciproca. Per una volta è lui quello che cade nel miele, che di lavoro scrive frasi per biglietti d’auguri (ma vuole fare l’architetto), che pensa di aver tutto in comune con lei – a partire dalla passione per gli Smiths - e che crede di aver trovato finalmente quella giusta. Intorno al protagonista maschile ritroviamo anche i soliti amici d’ufficio e di vita – unicamente due – ma soprattutto la piccola sorellina, una sveglia e tagliente ragazzina che dispensa consigli e lezioni di vita al fratello maggiore con una imbarazzante consapevolezza. Ed è lei che pronuncia alcune delle frasi più vere e reali del film. Con un accompagnamento musicale vario e notevole – dagli Smiths ai Clash fino a Carla Bruni (?!?!?) e con un intermezzo stile musical molto divertente - il regista utilizza anche la struttura del racconto acronologico per non bruciare subito tutte le informazioni e per giocare con lo spettatore che si aspetta il solito finale con il lancio di riso, anzi di petali di rosa. Questa volta, però, si intuisce fin dall’inizio che qualcosa non quadra e che non sarà il solito happy ending. Certo non finirà male, è una commedia romantica dopotutto, ma come nella vita non sempre succede quello che ci si aspetta. E non sempre avere mille cose in comune significa che abbiamo trovato la nostra metà, o perché ci fa tenerezza come dorme, o perché adoriamo la voglia dietro la spalla, o perché ci sciogliamo quando ride. Ci si vuole convincere di molte cose, ma a volte per una donna è sufficiente trovarsi in un bar con un libro e innamorarsi del primo che le chiede cosa sta leggendo; mentre un uomo sarebbe disposto a correre in chiesa, salvarla dal suo destino, scappare con lei vestita da sposa e chiudere la porta con un crocifisso prima di prendere l’autobus insieme.
VOTO: 6.5
All'ultimo festival di Torino sono stati presentati alcuni film interessanti tra cui PONTYPOOL di Bruce McDonald. Classico film realizzato con un budget ridottissimo e ambientato in una sola stanza, ma ricchissimo di idee, spunti e originalità.
Gli spunti sono diversi e molto interessanti. Come diceva William Burroughs "il linguaggio è un virus" e il film si basa proprio su questo, o meglio su quegli elementi che compongono il linguaggio, i cosiddetti "memi". I memi sono quelle parole, frasi, battute e quant'altro (ma non solo) che ci vengono trasmesse attraverso libri, tv, film, radio e che ci rimangono in testa in maniera quasi inconscia, che ci "infettano" e diventano parte del nostro lessico quotidiano senza che quasi ce ne accorgiamo. Nel film il contagio parte proprio dalle parole più semplici e comunemente più usate; appena un termine viene assimilato, appena il significato della parola intacca il cervello, ecco che inizia la prima di tre fasi: 1) ripetizione infinita della parola stessa 2)niente ha più significato e non ci si riesce più a esprimere correttamente 3)si impazzisce e l'unico obiettivo a cui si cerca di arrivare è la fonte delle parole, cioè la bocca, perciò si inizia a mangiare la bocca di un'altra persona. Come ci tiene a specificare il regista, gli infetti non hanno niente a che fare con gli Zombie e lui stesso li chiama "Conversationalists", dato che ciò da cui vengono animati è esclusivamente il linguaggio e il suono delle parole. Critica feroce, quindi, alla comunicazione e ai moderni mezzi di contatto sociale, come anche alla pigrizia e apatia delle persone nel farsi sopraffare da ciò che viene loro detto senza elaborarlo, senza pensare a quello che si sta ascoltando. Non c'è più filtro, tutto viene dato per scontato e accettato, ma è così che inizia il contagio. Quando la nostra mente sarà piena di spazzatura che noi non abbiamo richiesto, allora saremo facili prede e non basterà stare zitti, ma si dovrà trovare la maniera di ribaltare la situazione a nostro favore. Sarà ciò che tenterà di fare Grant Mazzy, ma le prospettive sono tutt'altro che favorevoli.